21 January 2019

Brexit, Regno Diviso. La ricetta norvegese resta il sogno proibito | Corriere della Sera – L’Economia (ITA)

di Alessandro Pellegata, pubblicato originariamente su Corriere della Sera – L’Economia, 21.01.2019


Il 14 Gennaio con un maggioranza di 432 parlamentari su 634 votanti, che comprende la quasi totalità dei membri dell’opposizione e una folta pattuglia di Conservatori “ribelli”, la Camera dei Comuni ha bocciato l’accordo sui termini con cui la Gran Bretagna dovrebbe uscire dall’UE che il Primo Ministro britannico Theresa May aveva faticosamente negoziato con la Commissione Europea.

Questo voto segna una pesante sconfitta per il governo May (che però è rimasto in sella) e sancisce il fallimento dell’elite politica britannica nel gestire quella che indubbiamente rappresenta una delle sfide più difficili per la storia politica del regno dal dopoguerra. Fallimento dovuto a molti fattori: dall’incauta decisione dell’ex Primo Ministro Cameron di indire un referendum sulla Brexit, alle continue divisioni all’interno dei Tories fino alla posizione confusa adottata dal Partito Laburista.

Tutti i sondaggi mostrano come sin dai tempi del referendum l’elettorato britannico è fortemente polarizzato sulla questione Brexit e in buona parte scettico, se non apertamente contrario, al piano May. Secondo un sondaggio YouGov del 7-8 Gennaio infatti solo il 15% dei britannici si dichiarava favorevole al piano.

Dopo il voto parlamentare e il tentativo fallito, seppur di poco, di sfiduciare il governo May si apre un periodo di profonda incertezza. Quattro diversi scenari sembrano essere possibili: un’uscita non concordata dall’UE (“No deal”), come vorrebbero i Conservatori che hanno bocciato il piano May, un nuovo accordo da negoziare con l’UE e sottoporre entro fine mese al voto del parlamento, esito a cui punta May, un nuovo referendum e la permanenza della Gran Bretagna nell’UE. I dati YouGov ci consentono di analizzare l’umore dell’opinione pubblica su queste diverse opzioni. Solo il 22% dei britannici è a favore di un’uscita non concordata dall’UE e il 52% giudica negativamente questo possibile esito finale. Il 28% vorrebbe invece che la procedura attivata con l’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea si bloccasse e il Regno Unito rimanesse nell’UE.

Più interessanti sono però le attitudini dei britannici verso le altre due opzioni in campo. Il 48% giudica un eventuale nuovo accordo che permetta al Regno Unito di uscire dall’UE ma di rimanere nel mercato comune e nell’unione doganale (con uno status paragonabile a quello della Norvegia) come un esito positivo o comunque accettabile mentre il 45% è favorevole o aperto all’ipotesi di un nuovo referendum, percentuale che sale al 59% tra gli elettori Laburisti. Un altro sondaggio YouGov condotto su un campione di oltre 25000 elettori inglesi tra fine Dicembre e inizio Gennaio mostra come, per la prima volta dal 2016, in un ipotetico secondo referendum l’opzione “Remain” otterrebbe la maggioranza dei consensi sia se fosse contrapposta al “Leave” (54%), che alla Brexit non governata (58%) o all’accordo May (63%).

Tuttavia perché uno di questi due esiti, “soft Brexit” o nuovo referendum, che sono ben visti da larga parte dell’opinione pubblica, si realizzi è necessario che i leader dei due principali partiti abbandonino le loro posizioni più intransigenti e, a differenza di quanto fatto finora, compiano sforzi concreti per trovare un compromesso che guardi al bene del proprio paese invece che a quello del proprio partito. Non è un caso infatti che il 64% dei britannici pensi che la linea politica tenuta dai Conservatori sulla Brexit sia stata poco chiara o confusa e il 71% esprima lo stesso giudizio negativo nei confronti dei Laburisti.

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«Our survey highlights another interesting aspect: although just about less than 2% of voters considered EU economic policy as a problem Italy is facing, we detected a strong association between the issue of immigration and the role played by the EU»